Violenza sessuale di gruppo alla Cornell University: il lato oscuro delle confraternite nei campus americani

Una studentessa ventenne dell’università americana Cornell, sostiene di essere stata drogata e violentata per sette ore da sette studenti.
I fatti si sarebbero verificati nella notte tra il 19 e 20 ottobre 2024. Dopo quasi 2 anni dagli eventi, il caso è tornato al centro dell’attenzione alla fine di settembre 2026, quando la vittima, ha intrapreso una causa civile contro i sette uomini, la Cornell University, la confraternita e altri soggetti.
La giovane, denominata come Jane Doe, racconta di aver trascorso la serata bevendo con altre studentesse e di essersi recata poi alla casa della confraternita dopo essere stata invitata da un ragazzo, membro della confraternita, che credeva esserle amico.
Secondo quanto riportato nella causa civile, una volta arrivata avrebbe assunto altro alcol, marijuana e ketamina, fino a raggiungere uno stato di forte alterazione che l’avrebbe resa incapace di esprimere un consenso.
Durante la notte, nella chat privata di Snapchat della confraternita, uno dei membri avrebbe inoltre pubblicato un messaggio nel quale la ragazza veniva presentata agli altri come sessualmente disponibile. Secondo la denuncia, nelle ore successive altri studenti sarebbero entrati nella stanza.
Le violenze sarebbero durate per circa 7 ore.
La studentessa avrebbe poi perso conoscenza e, dopo essersi risvegliata, sarebbe tornata nella sua camera. Nei giorni successivi iniziò lentamente a ricostruire quanto accaduto. Una delle coinquiline riferì successivamente agli investigatori che la giovane sembrava sotto shock.
Due giorni dopo, il 22 ottobre, si recò al centro sanitario dell’università per un’infezione urinaria e per sottoporsi a test per le infezioni sessualmente trasmissibili. Nei giorni seguenti continuò a confrontarsi con quanto avvenuto e scambiò alcuni messaggi con membri della confraternita.
Secondo i documenti emersi successivamente, uno di loro si sarebbe scusato per come si erano svolti i fatti, sostenendo che lui e un altro studente fossero stati “troppo ubriachi” per impedire che la situazione degenerasse.
Con il passare dei giorni, la giovane avrebbe maturato la convinzione che gran parte di ciò che era accaduto quella notte non fosse stato consensuale.
Il 7 Novembre si presentò in ospedale chiedendo un esame forense per violenza sessuale. Il problema è che dalla notte del 19 ottobre erano trascorse più di due settimane e, secondo il suo avvocato, il tempo trascorso avrebbe reso molto più difficile recuperare eventuali prove biologiche.
Il tempo che passa dopo una violenza sessuale può avere conseguenze importanti sulla raccolta delle prove, ma questo non significa che una vittima sia responsabile se non riesce a denunciare immediatamente. Paura, vergogna, senso di colpa, confusione, shock e difficoltà nel ricostruire quanto accaduto possono accompagnare una persona per settimane.
Per questo non è insolito che una vittima impieghi del tempo prima di raccontare quanto accaduto, rivolgersi alla polizia o sottoporsi ad un esame. Il ritardo nella denuncia non dimostra che la violenza non sia avvenuta. Le linee guida per chi racconta questi casi raccomandano infatti di non presentare una denuncia tardiva come un comportamento sospetto, proprio perché trauma e paura possono influenzare profondamente i tempi della rivelazione. Esiste però anche un problema di natura forense. Tracce biologiche come DNA e altri elementi utili alle indagini possono deteriorarsi o scomparire con il passare del tempo. Per questo gli esami forensi per violenza sessuale vengono generalmente consigliati il prima possibile. Anche quando è trascorso più tempo una visita medica può ancora essere importante per documentare eventuali lesioni, effettuare test, ricevere cure e raccogliere altri elementi utili.
Il trauma che può rendere difficile chiedere immediatamente aiuto può, con il passare dei giorni, rendere più complicato recuperare alcune delle prove materiali. Ma la responsabilità di questo non ricade sulla vittima.
L’8 novembre 2024, arrivò infine la denuncia formale alla Cornell University Police. Nello stesso giorno l’università sospese la confraternita e adottò provvedimenti temporanei nei confronti degli studenti successivamente indicati nella causa civile.
Dopo l’emergere di nuovi elementi, l’indagine penale è stata riaperta. Il 1° ottobre 2026 la governatrice dello Stato di New York ha affidato il caso alla procuratrice generale Letitia James, nominata procuratrice speciale con il compito di riesaminare le prove e la gestione della prima inchiesta.
L’avvocato della vittima ha inoltre dichiarato che, sia lui che la vittima stessa, avrebbero ricevuto minacce per persuaderli ad abbandonare il caso.
Il procedimento rimane aperto e le accuse nei confronti degli studenti non sono ancora state accertate in sede penale.
Il caso Cornell ha però riportato sotto i riflettori una questione che negli Stati Uniti viene discussa da anni: il lato oscuro delle confraternite tra violenze estreme, droghe e nonnismo.
Le confraternite, sono associazioni studentesche diffuse nei college e nelle università statunitensi. Organizzano attività sociali e d eventi, molte dispongono inoltre di una propria casa, utilizzata come residenza e come luogo di incontro e di festa.
Numerose confraternite sono finite ripetutamente al centro di indagini e procedimenti disciplinari per rituali di iniziazione pericolosi, abuso di alcol, aggressioni e violenze sessuali.
Diversi studi hanno rilevato un’associazione tra appartenenza alle confraternite, consumo eccessivo di alcol e maggiore presenza di comportamenti sessualmente aggressivi.
Negli anni non sono mancati casi concreti.
Nel 2021 la University of Southern California sospese la confraternita Sigma Nu dopo una serie di segnalazioni riguardanti presunte aggressioni sessuali e sospetti casi di sostanze introdotte nei drink durante feste organizzate nella casa della confraternita.
Alcuni anni prima, due studentesse della Kansas State University avevano denunciato stupri avvenuti durante eventi o all’interno di case di confraternite. Le successive cause legali finirono per coinvolgere anche il Dipartimento di Giustizia statunitense e sollevarono una questione più ampia: fino a che punto un’università sia responsabile di ciò che accade all’interno di organizzazioni studentesche riconosciute, anche quando le loro case si trovano formalmente fuori dal campus.
Le confraternite sono finite sotto accusa anche per episodi di nonnismo estremo, il cosiddetto hazing: rituali di iniziazione che possono comprendere umiliazioni, esercizi fisici estremi, privazione del sonno o consumo forzato di alcol.
Nel 2017 Timothy Piazza, studente diciannovenne della Penn State University, morì dopo un rituale di iniziazione della Beta Theta Pi durante il quale aveva consumato grandi quantità di alcol.
Nel 2021 un ventenne della Bowling Green State University, perse la vita dopo un evento di iniziazione della Pi Kappa Alpha, anche in quel caso legato a un consumo estremo di alcol.
Sono episodi diversi tra loro e non possono essere automaticamente sovrapposti al caso Cornell. Nel corso degli anni, hanno alimentato negli Stati Uniti un dibattito sempre più ampio sulla cultura di alcune confraternite, sulla pressione esercitata dal gruppo e, soprattutto, sulla responsabilità delle università nel prevenire gli abusi e intervenire quando emergono segnali di pericolo.
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