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Dal petrolio di Mossadeq alla rivoluzione

Nel 2026 l’Iran è entrato nelle case degli italiani quasi quotidianamente. La guerra, le tensioni con Israele e gli Stati Uniti, lo Stretto di Hormuz e il ruolo dei Pasdaran hanno reso il Paese una presenza costante nel dibattito pubblico. E con essa sono tornate espressioni come “regime iraniano”, “dittatura degli Ayatollah” o, più semplicemente, “dittatura iraniana”.

di Alfredo Angelillo7 minuti di lettura28 letture
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Per capire l’Iran contemporaneo bisogna partire almeno dal 1951, quando Mohammad Mossadeq divenne Primo ministro.

Il suo governo portò avanti una delle questioni più importanti della storia politica iraniana del Novecento: la nazionalizzazione dell’industria petrolifera.

Il petrolio iraniano era infatti in larga parte controllato dalla Anglo-Iranian Oil Company, legata agli interessi britannici. La nazionalizzazione promossa da Mossadeq rappresentò quindi non soltanto una scelta economica, ma anche una rivendicazione di sovranità sulle risorse del Paese.

La crisi con il Regno Unito si trasformò rapidamente in una crisi internazionale. Infatti, nel 1953 Stati Uniti e Regno Unito organizzarono l’operazione TPAJAX, conosciuta più comunemente come operazione AJAX, per favorire la caduta del governo Mossadeq. I documenti declassificati statunitensi mostrano il coinvolgimento della CIA nell’organizzazione dell’operazione e nel sostegno alle attività che contribuirono al rovesciamento del governo.

Mossadeq fu rimosso e il potere dello Shah, Mohammad Reza Pahlavi, si consolidò.

Qui occorre evitare una lettura semplicistica della storia iraniana.

L’Iran dello Shah fu protagonista di una profonda modernizzazione: industrializzazione, urbanizzazione, sviluppo infrastrutturale e progressiva occidentalizzazione della società trasformarono profondamente il Paese.

Ma quella modernizzazione conviveva con un sistema politico fortemente autoritario. La SAVAK, il servizio di intelligence e sicurezza dello Stato, svolse un ruolo centrale nella repressione degli oppositori politici e nella censura. Le violazioni dei diritti umani e la repressione politica furono documentate anche da organizzazioni internazionali.

Per questo, le immagini dell’Iran degli anni Sessanta e Settanta, con una società urbana apparentemente molto più vicina ai modelli occidentali, non raccontano da sole la realtà del Paese.

L’Iran era certamente più occidentalizzato, ma questo non garantiva maggiore pluralismo politico e soprattutto maggiore consenso popolare.

Nel frattempo, infatti, cresceva l’opposizione allo Shah, tra le figure più importanti emerse Ruhollah Khomeini, membro del clero, esiliato prima in Iraq e successivamente stabilitosi in Francia, a Neauphle-le-Château, vicino Parigi.

Nel gennaio 1979 lo Shah lasciò l’Iran. Pochi giorni dopo, il 1° febbraio, Khomeini tornò in una Teheran in festa, accolto da milioni di iraniani. La monarchia crollò e nel corso dello stesso anno un referendum portò alla nascita della nuova Repubblica islamica, denominazione fortemente voluta da Khomeini e sottoposta a referendum.

Un sistema costruito su due livelli

Ed è qui che arriviamo al cuore della questione.

L’Iran è uno Stato costituzionale nel quale convivono due differenti fonti di legittimazione del potere.

Da un lato troviamo le istituzioni elettive: un Presidente della Repubblica, un Parlamento e elezioni periodiche. Gli elettori possono quindi determinare alcuni risultati politici.

L’esempio più evidente è quello di Masoud Pezeshkian, eletto Presidente nel 2024 dopo aver superato il ballottaggio.

Anche il Parlamento è eletto. Il Majles conta 290 seggi e, nelle elezioni del 2024, sono state elette 14 donne, circa il 4,8% dell’assemblea. Una rappresentanza molto bassa, ma che mostra comunque l’esistenza di una componente femminile formalmente eletta all’interno dell’istituzione parlamentare.

Dall’altro lato esiste una struttura di autorità religiosa che limita e condiziona il funzionamento delle istituzioni elettive.

Ed è questa sovrapposizione a rendere particolare l’architettura costituzionale iraniana.

Chi è davvero la Guida Suprema?

Al vertice del sistema si trova la Guida Suprema.

Non si tratta semplicemente di una figura religiosa. La Costituzione le attribuisce infatti poteri politici estremamente ampi.

L’articolo 110, per esempio, le attribuisce:

  • la definizione delle politiche generali della Repubblica islamica;

  • il comando supremo delle forze armate;

  • la nomina di alcune figure chiave dello Stato;

  • la nomina del comandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica.

La Guida ha inoltre un ruolo fondamentale nella determinazione delle principali scelte strategiche dello Stato.

È quindi più corretto pensare alla Guida Suprema come a una figura nella quale autorità religiosa e potere politico si sovrappongono.

Ma come viene scelta?

La Guida Suprema non viene eletta direttamente dai cittadini, ma viene scelta dall’Assemblea degli Esperti, i cui membri sono a loro volta eletti dal popolo.

In teoria, quindi, esiste una catena di legittimazione popolare indiretta.

In pratica, però, anche la composizione dell’Assemblea degli Esperti è sottoposta alla supervisione del Consiglio dei Guardiani.

Il Consiglio dei Guardiani: chi può essere scelto?

Il Consiglio dei Guardiani è composto da dodici membri:

  • sei giuristi islamici nominati dalla Guida Suprema;

  • sei giuristi selezionati dal Parlamento tra candidati indicati dal capo del potere giudiziario.

Il suo potere è enorme, infatti il Consiglio verifica la compatibilità delle leggi approvate dal Parlamento con la Costituzione e i principi dell’Islam, ma esercita anche la supervisione sulle elezioni del Presidente, del Parlamento e dell’Assemblea degli Esperti.

Il voto popolare esiste, ma non si svolge all’interno di uno spazio politico completamente aperto.

Il caso delle elezioni presidenziali del 2024 è particolarmente significativo: su oltre 80 persone che avevano presentato la propria candidatura, il Consiglio dei Guardiani ne approvò soltanto sei. Tra questi, cinque candidati considerati conservatori e Pezeshkian, esponente più moderato.

Quindi in Iran si vota, ma è più opportuno parlare, con le dovute cautele, di un sistema nel quale la legittimazione popolare opera in forma mediata, in quanto le candidature vengono filtrate dal Consiglio.

Iran e Città del Vaticano: una stessa categoria?

Quando si parla di teocrazia, viene spontaneo pensare alla Città del Vaticano.

Il confronto, naturalmente, ha limiti molto evidenti.

La Città del Vaticano è una monarchia assoluta elettiva e il potere sovrano appartiene al Papa; l’Iran è invece uno Stato molto più grande e complesso, dotato di istituzioni elettive, Parlamento, Presidente, apparato amministrativo e una Costituzione repubblicana.

Il punto di contatto non è quindi la struttura istituzionale nel suo complesso, ma in entrambi i casi l’autorità religiosa non è semplicemente separata dallo Stato, ma occupa una posizione costituzionalmente rilevante.

Nel caso iraniano, tuttavia, questa autorità religiosa convive con un sistema elettorale di massa e con istituzioni repubblicane. È proprio questa sovrapposizione a rendere difficile collocare l’Iran all’interno delle categorie politiche occidentali più tradizionali.

E i Pasdaran?

A questo punto è inevitabile parlare dei Pasdaran, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica.

Il loro ruolo è particolare perché non rappresentano semplicemente una componente delle forze armate iraniane. Nati dopo la Rivoluzione del 1979 per proteggere il nuovo ordine islamico, nel corso dei decenni hanno acquisito un peso crescente anche sul piano politico ed economico.

È anche per questo che oggi, quando si parla di “regime dei Pasdaran”, si tende a identificare l’intero sistema iraniano con una delle sue istituzioni più potenti.

Ma proprio l’analisi fatta fin qui mostra perché questa semplificazione può essere fuorviante.

Il 2026 ha però reso ancora più evidente il peso delle Guardie Rivoluzionarie.

Dopo la morte di Ali Khamenei e la nomina di suo figlio Mojtaba come nuova Guida Suprema, il ruolo dei Pasdaran nel nuovo equilibrio politico iraniano è stato oggetto di particolare attenzione. La loro influenza nell’ascesa di Mojtaba è stata evidenziata da diverse ricostruzioni di intelligence e giornalistiche, ma va distinta dal meccanismo costituzionale formale: secondo la Costituzione, è l’Assemblea degli Esperti a scegliere la Guida Suprema.

Ed è forse proprio questa distinzione tra ciò che la Costituzione prevede e ciò che accade concretamente nei rapporti di potere a rendere l’Iran così difficile da comprendere attraverso una sola definizione.

Oltre le etichette

Quindi, chi decide davvero in Iran?

La risposta non è semplicemente “il popolo”, perché la competizione elettorale è fortemente filtrata e una parte decisiva del potere non deriva direttamente dal voto.

Ma non è nemmeno sufficiente rispondere “la Guida Suprema” o “i Pasdaran”, perché il sistema iraniano comprende istituzioni elettive e religiose che esercitano funzioni differenti e che, almeno formalmente, traggono la propria legittimità da fonti diverse. Ed è proprio questo il punto da cui partire per comprendere la Repubblica islamica.

Significa osservare come la legittimazione popolare e l’autorità religiosa convivano all’interno della stessa Costituzione, come le istituzioni elettive siano condizionate da quelle religiose e come, accanto alle regole formali, esistano rapporti di potere che nel corso del tempo possono modificarne gli equilibri.

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