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La sicurezza europea sta diventando anche una politica industriale?

È una domanda che diventa sempre più difficile da ignorare osservando la trasformazione in corso in Europa. La guerra in Ucraina ha riportato la sicurezza al centro dell’agenda europea e delle singole realtà nazionali ed il rafforzamento della capacità militare viene sempre più presentato come una necessità di fronte a una Russia percepita come una minaccia crescente. Ma esiste anche un’altra dimensione, meno evidente e altrettanto importante: quella economica.

di Alfredo Angelillo5 minuti di lettura15 letture
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Dalla crisi dell’industria automobilistica alla difesa

La Germania rappresenta forse il caso più significativo in Europa.

La principale potenza industriale europea sta attraversando una fase complessa: il settore automobilistico è fortemente sotto pressione, la concorrenza internazionale è aumentata e numerosi stabilimenti e posti di lavoro sono a rischio.

Contemporaneamente, la domanda proveniente dal settore della difesa è in forte crescita.

Rheinmetall ha già riconvertito alcuni stabilimenti tedeschi precedentemente legati all’industria automobilistica, da anni indebolita. Più recentemente, Volkswagen ha annunciato un accordo preliminare per trasformare lo stabilimento di Osnabrück, dove la produzione automobilistica dovrebbe terminare, in un sito destinato anche alla produzione nel settore della difesa. L’obiettivo dichiarato è contribuire a salvaguardare circa 1.400 posti di lavoro.

Il fenomeno è interessante perché mostra come due trasformazioni apparentemente distinte: la crisi dell’industria automobilistica e il rafforzamento della difesa europea possano finire per incontrarsi.

A questo punto emerge una domanda: il riarmo europeo sta diventando non soltanto una scelta strategica, ma anche una nuova politica industriale?

Una trasformazione che riguarda tutta l’Europa

Il fenomeno, non riguarda soltanto la Germania.

La Polonia ha annunciato l’obiettivo di arrivare a una forza complessiva di circa 300.000 tra soldati e riservisti entro il 2039, mentre la Francia continua a puntare sul rafforzamento della propria deterrenza nucleare e su una maggiore cooperazione con gli altri Stati europei.

In questo contesto, la spesa militare non rappresenta più soltanto una voce di bilancio legata alla sicurezza nazionale, ma può diventare anche uno strumento attraverso il quale orientare investimenti, capacità produttive, ricerca tecnologica e occupazione, ed è proprio questa sovrapposizione tra sicurezza e politica industriale a rendere il tema particolarmente rilevante.

L’Europa non sta semplicemente decidendo quanto spendere per la propria difesa, sta anche decidendo quali industrie sviluppare, quali tecnologie finanziare e quali capacità produttive mantenere o ricostruire sul proprio territorio.

Sicurezza, economia e consenso politico

La questione assume una dimensione ancora più complessa guardando alle recenti elezioni regionali tedesche.

Dopo il risultato dirompente dell’AfD in Sassonia-Anhalt, dove il partito ha ottenuto il 43,8% dei voti, il 20 settembre si è votato anche in Meclemburgo-Pomerania Anteriore e a Berlino. In Meclemburgo-Pomerania l’AfD è risultata prima con il 38,2%, mentre a Berlino è stata Die Linke a conquistare il primo posto con il 24,9%. La CDU, per la prima volta nella sua storia, è rimasta fuori dal parlamento regionale del Meclemburgo-Pomerania.

Il dato interessante, rispetto al tema del riarmo, è che sia AfD sia Die Linke hanno espresso una forte opposizione all’attuale politica di militarizzazione, pur partendo da posizioni ideologiche profondamente diverse. L’AfD critica il sostegno militare all’Ucraina e sostiene un riavvicinamento alla Russia; Die Linke, invece, condanna l’invasione russa e riconosce il diritto dell’Ucraina all’autodifesa, ma sostiene che ulteriori forniture di armi non siano sufficienti a porre fine al conflitto e chiede un maggiore ricorso a negoziati e diplomazia.

Non sarebbe quindi corretto attribuire i risultati elettorali esclusivamente alla guerra o alla politica di difesa: immigrazione, costo della vita, crisi industriale e insoddisfazione nei confronti del governo hanno avuto un ruolo importante. Ma la convergenza, da destra e da sinistra, nella critica al crescente riarmo rappresenta comunque un elemento significativo.

Più che dimostrare che i tedeschi “non vogliono la guerra”, questi risultati mostrano che il consenso sulla necessità di una crescente militarizzazione della Germania non può essere dato per scontato.

Il problema degli incentivi

Naturalmente, sostenere il rafforzamento della difesa europea non significa sostenere l’idea che qualcuno desideri una guerra.

La deterrenza nasce, almeno nella sua logica dichiarata, proprio dalla necessità di rendere un conflitto meno probabile.

Ma proprio per questo è necessario interrogarsi sugli incentivi che possono svilupparsi nel lungo periodo.

Quando miliardi di euro vengono destinati alla difesa, quando interi stabilimenti industriali vengono riconvertiti e quando migliaia di posti di lavoro dipendono dalla crescita della produzione militare, la sicurezza e l’economia finiscono inevitabilmente per diventare sempre più interconnesse.

Il problema non è quindi soltanto quanto l’Europa debba spendere per la propria sicurezza, ma è anche capire come evitare che il rafforzamento della difesa diventi, progressivamente, un obiettivo economico e politico autonomo.

Una nuova dipendenza?

La questione può essere posta in termini ancora più ampi:

L’Europa ha per decenni costruito una parte della propria prosperità attorno all’integrazione economica e commerciale. Oggi, di fronte a un contesto internazionale più conflittuale, sta cercando di rafforzare la propria autonomia strategica.

Questo processo può significare investire nella produzione europea di armamenti, nelle tecnologie dual use, nella sicurezza energetica, nelle infrastrutture e nelle capacità industriali considerate strategiche.

Ma una maggiore autonomia nel campo della sicurezza non dovrebbe tradursi semplicemente nella sostituzione di una dipendenza con un’altra.

Se la crescita di determinati settori industriali dipendesse sempre più dalla continua espansione della spesa militare, si creerebbe un nuovo tipo di interdipendenza: non più soltanto tra sicurezza e politica estera, ma tra sicurezza, industria e crescita economica.

È una dinamica che merita di essere osservata con attenzione.

La domanda da cui partire

Forse, quindi, la domanda non dovrebbe essere se l’Europa debba o non debba rafforzare la propria sicurezza, una questione di questo tipo richiede valutazioni strategiche che vanno oltre la semplice dimensione economica.

La domanda potrebbe essere un’altra:

stiamo costruendo una maggiore sicurezza europea oppure stiamo progressivamente costruendo un’economia europea sempre più dipendente dal riarmo?

Le due cose non sono necessariamente incompatibili. Una maggiore capacità industriale nel settore della difesa può contribuire alla deterrenza e, allo stesso tempo, generare investimenti, innovazione e occupazione.

Ma proprio per questo è importante mantenere chiara la distinzione tra mezzo e fine.

Il riarmo dovrebbe rimanere uno strumento al servizio della sicurezza.

Perché la sicurezza dell’Europa non può essere misurata soltanto dalla quantità di armi che è in grado di produrre, ma soprattutto dovrebbe essere misurata anche dalla capacità di creare le condizioni affinché quelle armi non debbano mai essere utilizzate.

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