Napoli e il Potere: la Genesi del Messianismo Politico, e il suo superamento?

Nella storia politica del Mezzogiorno, e in particolare di Napoli, esiste un bisogno profondo: la continua ricerca, da parte del popolo, di un "salvatore". Si tratta della necessità di individuare una figura forte, carismatica e provvidenziale, capace di risolvere le complessità della città in maniera immediata. Le radici di questa dinamica risalgono all'epoca del vicereame spagnolo. In quel periodo storico, la Corona spagnola impose ai nobili di trasferirsi in città, vicino alla corte, offrendo in cambio l'esenzione dalle tasse; l'obiettivo era strappare il potere ai baroni delle campagne, che avevano già reso instabili i regni angioino e aragonese.
Questo accentramento urbano provocò una crescita ipertrofica di Napoli, che divenne rapidamente la terza città d'Europa e la prima d’Italia per popolazione. Al contempo, determinò una spaventosa polarizzazione della ricchezza: da una parte una nobiltà sfarzosa e privilegiata, dall'altra una plebe sterminata, piegata dalle gabelle e priva di tutele istituzionali. Poiché lo Stato veniva percepito come un'entità distante, oppressiva o puramente clientelare, i cittadini smisero di credere nella giustizia delle istituzioni astratte, preferendo affidarsi al rapporto umano, bilaterale e protettivo con un leader. Da questa urgenza di protezione nacquero tre pilastri dell'immaginario collettivo:
San Gennaro e i 52 Compatroni: Il santo patrono divenne il "garante" della sopravvivenza fisica della città. Il patto di devozione totale si consolidò nel 1631, quando il popolo gli attribuì il miracolo di aver fermato la lava del Vesuvio alle porte di Napoli. Nel tempo, i cittadini elessero altri 52 compatroni per "salvare" la città da specifiche sventure.
Il Guappo: Nei bassifondi nacque la figura del capo-rione prepotente ma autorevole, antesignano della camorra. Attraverso la forza e la parola, gestiva l'ordine sociale, la prostituzione e le scommesse (come il gioco della morra, da cui potrebbe derivare il nome stesso di camorra), proponendosi come regolatore immediato dei conflitti quotidiani.
Masaniello: Identificato da molti storici proprio come un guappo, guidò nel 1647 la celebre rivolta contro le gabelle sulla frutta. Per una settimana fu il re assoluto di Napoli, acclamato come il salvatore dei poveri, per poi finire ucciso dal suo stesso popolo quando diede segni di follia.
Questo spiega perché l'Illuminismo, ideale portato dalla borghesia rivoluzionaria, non sia riuscito a fare breccia nel cuore dei napoletani. Durante la tragica esperienza della Repubblica Napoletana del 1799, il popolo scelse di schierarsi con i tiranni borbonici contro i rivoluzionari giacobini, preferendo il paternalismo concreto della monarchia (riassunto nel celebre motto delle "Tre F": Feste, Farina e Forca) alle libertà ed uguaglianza promesse dalla borghesia.
L'attaccamento alla figura del monarca sopravvisse persino all'Unità d'Italia. I Savoia rimasero a lungo nell'immaginario popolare (si pensi alla leggenda della Pizza Margherita), e al referendum del 1946, dove Napoli si confermò come la roccaforte della fedeltà monarchica. Nella nuova era democratica, questo spazio politico ed emotivo venne occupato dal "comandante" Achille Lauro, che Indro Montanelli definì il perfetto erede del guappo napoletano. Lauro governò attraverso un sistema clientelare e paternalistico che scambiava il voto con aiuti immediati (le celebri distribuzioni di pasta o scarpe spaiate), parlando direttamente alla pancia dei vicoli.
Negli anni Ottanta, in una Napoli ferita dal terremoto, dalla disoccupazione e dall'ascesa della camorra cutoliana, l'archetipo del salvatore si incarnò in una figura laica: Diego Armando Maradona. Il calciatore argentino andò oltre il successo sportivo; fu percepito come un vero e proprio Messia capace di riscattare socialmente una città umiliata dai cori razzisti del Nord. La sua narrazione fu così potente che i suoi altarini nei quartieri convivono tuttora con le effigi di San Gennaro.
Con la stagione dell'elezione diretta dei sindaci, il bisogno di un salvatore civile si è trasferito sui leader politici chiamati a gestire le emergenze cittadine. Per primo il sindaco durante tangentopoli, Antonio Bassolino. Vissuto come il salvatore civile della città dopo la tempesta di Tangentopoli, avviò il cosiddetto "Rinascimento Napoletano", ripulendo il centro storico e restituendo ai cittadini spazi monumentali come Piazza del Plebiscito. Poi nel 2011 emerse dalla gravissima crisi dei rifiuti Luigi de Magistris, proponendosi come il paladino anti-sistema. Cavalcò l'orgoglio identitario e la retorica della "Napoli ribelle" in perenne conflitto con i governi centrali e regionali.
La ricerca dell’archetipo del Salvatore sociale, può anche essere rivista nel voto nazionale; a Napoli come nelle altre grandi città del meridione il Movimento Cinque Stelle registra quasi il doppio dei voti rispetto al valore nazionale. In quanto il partito ben intercetta le istanze dei molti, che ricercano un partito anti-sistema, con proposte assistenziali, come il Reddito di Cittadinanza, che doveva secondo i suoi stessi fautori “abolire la povertà”.
Oggi, tuttavia, Napoli vive una profonda contraddizione incarnata dal sindaco Gaetano Manfredi. Professore universitario, ingegnere ed ex rettore della Federico II, Manfredi rappresenta la negazione totale della teatralità. Tutti i grandi leader storici napoletani utilizzavano una retorica emotiva e polarizzante. Manfredi, al contrario, adotta uno stile fatto di basso profilo, mediazione silenziosa e rigore istituzionale. Fin dal suo insediamento ha esplicitato il rifiuto dei cliché dichiarando: «Non penso di essere San Gennaro», invitando la città alla razionalità e spezzando il patto di devozione incondizionata che il popolo stringeva con i suoi miti.
Non proponendosi come l'uomo del miracolo, Manfredi si muove come un amministratore delegato inviato a risanare un'azienda in crisi. La sua legittimità deriva dall'asse politico PD-M5S e dalla sua capacità tecnica di sbloccare risorse macroeconomiche, come i fondi del PNRR e il miliardario Patto per Napoli, necessari a salvare il comune dal dissesto. Eppure, qui scatta il paradosso: i sondaggi nazionali (come il Governance Poll del Sole 24 Ore) lo indicano stabilmente sul podio dei sindaci più amati d'Italia con il 64% dei consensi, ma la percezione quotidiana nelle strade è gelida, dominata da critiche sulla gestione dell’America's Cup e sull'inefficienza dei servizi essenziali come trasporti e decoro urbano.
In vista della prossima tornata elettorale per le comunali, si preannuncia una sfida che assume i contorni di un vero e proprio esperimento antropologico. Il preannunciato ritorno in campo di Luigi de Magistris, che accusa l'attuale giunta di fallimento e corruzione, configurerà uno scontro frontale tra due visioni del potere: la fredda razionalità della burocrazia contro il calore della retorica populista e identitaria.
