Saccheggi a Milano: giovani, periferie e le radici della nuova violenza urbana
I saccheggi di Milano raccontano una nuova forma di violenza urbana: giovani, periferie, esclusione sociale e analogie con i riot americani.

I recenti saccheggi che hanno sconvolto Milano hanno profondamente scioccato l’opinione pubblica, da sempre poco abituata a esplosioni di violenza di questa natura. Oltre ai danni materiali, questi atti hanno gravemente compromesso l’immagine di battaglie sociali sacrosante, come quelle contro il carovita, che rischiano ora di essere criminalizzate o fraintese. Ma perché una mobilitazione è degenerata in questo modo? Per comprenderlo, occorre soffermarsi sull’identità di chi ha materialmente devastato le strade e tracciare un paragone con le proteste tradizionali e con fenomeni analoghi.
Secondo i dati diffusi dalle forze dell’ordine e dai giudici, i protagonisti delle rivolte sono giovanissimi, per lo più minorenni, in larga maggioranza, ragazzi di seconda generazione e tra i ragazzi quasi nessuno aveva precedenti penali, quasi tutti non si conoscevano tra loro, pochissimi hanno saputo spiegare ai giudici per cosa si stava protestando e soprattutto nessuno era consapevole delle conseguenze a cui sarebbe andato incontro devastando i negozi. Il loro comportamento è apparso alieno e indecifrabile per la nostra opinione pubblica: non risponde ai classici modelli di rivendicazione politica, sindacale o studentesca, né mostra alcun legame di appartenenza con le istituzioni locali o nazionali. Si è trattato, apparentemente, di una violenza fine a se stessa, finalizzata al saccheggio individualistico dei negozi e all’appropriazione del maggior numero possibile di beni di consumo.
Siamo di fronte a una dinamica radicalmente opposta rispetto a quella delle tradizionali proteste promosse da associazioni, sindacati e collettivi.
Questi ultimi si muovono spinti dalla coscienza di classe, ovvero dalla consapevolezza condivisa di appartenere a una medesima categoria sociale ed economica, i cui diritti devono essere difesi collettivamente attraverso piattaforme programmatiche e precise istanze politiche. È quanto accade, ad esempio, con le proteste nel Sud Italia, dove migliaia di autotrasportatori e agricoltori, riconoscendosi come simili in quanto proprietari di piccole imprese e portatori di istanze comuni, protestano chiedendo al governo misure contro l’aumento dei costi dell’energia. L’aumento dei costi energetici, aggravato dalle tensioni legate alla chiusura dello Stretto di Hormuz, rischia infatti di rendere insostenibile la permanenza delle loro aziende sul mercato.
Un altro esempio è rappresentato dalla «rivolta delle coscienze», nata nel luglio del 2026, in Calabria, a seguito della tragica uccisione di quattro braccianti agricoli migranti, arsi vivi ad Amendolara. In quell’occasione, migliaia di lavoratori e sindacati sono scesi in piazza per una mobilitazione contro il caporalato. L’episodio ha spinto le autorità a controlli rigorosi e sequestri preventivi per le aziende dedite allo sfruttamento.
Al contrario, questi ragazzi, pur riconoscendosi come simili all’interno del gruppo, non si identificano in nessuna categoria riconosciuta del nostro tessuto sociale. Rappresentano, piuttosto, ciò che Karl Marx definiva sottoproletariato: soggetti che non riescono, e forse non cercano, di articolare rivendicazioni politiche perché non si percepiscono come un ingranaggio della società, ma come esclusi totali da essa.
Questa frattura appare ancora più profonda se si considera che molti di loro sono figli dell’immigrazione e risiedono in quartieri periferici, geograficamente e sentimentalmente distanti sia dalla municipalità sia dalla nazione in cui vivono. L’esclusione sociale si traduce così in una percepita assenza di legami civici, spingendoli a cercare nella rivolta e nel saccheggio un mezzo di sfogo fine a se stesso e una scorciatoia violenta per appropriarsi di quei beni materiali dai quali si sentono sistematicamente tagliati fuori.
Questo tipo di mobilitazione, che in Italia appare ancora poco familiare, non è nuovo all’Europa occidentale e agli Stati Uniti. Risulta particolarmente interessante il caso dei riot statunitensi, che presentano diverse analogie con quanto accaduto a Milano.
Queste rivolte coinvolgono prevalentemente comunità afroamericane, discendenti di persone ridotte in schiavitù e di generazioni di cittadini a lungo privati di diritti e opportunità, storicamente esclusi dal potere, costretti alla subordinazione e alla violenza sistemica (vedi i linciaggi). Sebbene le rivendicazioni portate avanti nel corso della storia abbiano contribuito a modificare, almeno in parte, questa condizione, rimangono forti lo stigma sociale e l’esclusione che caratterizzano alcuni quartieri segregati, sviluppatisi anche attraverso processi storici di separazione dalla collettività.
In questi contesti, le difficili condizioni di vita, l’emarginazione e le violenze possono alimentare, in modo ciclico, rivolte caratterizzate anche da saccheggi e devastazioni, con dinamiche che ricordano quelle osservate a Milano. Per comprendere meglio questa contraddizione, risulta utile richiamare la canzone Riot del trapper XXXTentacion, nella quale l’artista critica le forme di rivolta della propria comunità quando si riducono a gesti distruttivi fini a se stessi, incapaci di tradursi in un cambiamento concreto.
N-word ask for peace in a riot and bring violence
'Cause it's a game of cat and mouse and you gon′ bleed silent
What′s the justice in sayin' fuck it and grab the pump?
Then kill a woman with many children makes you a chump
Look at all the stores you wreckin′, nigga I reckon
Think about the people who own it for about a second
I know you got your problems, but brother, they got theirs
N-word che invoca la pace durante una sommossa, portando però violenza;
è il gioco del gatto col topo, e finirai per sanguinare in silenzio.
Che senso di giustizia c’è nel mandare tutto al diavolo e imbracciare un fucile? E uccidere una donna con tanti figli... beh, questo fa di te solo un miserabile. Guarda tutti i negozi che stai distruggendo;
riflettici un attimo: pensa per un secondo a chi ne è il proprietario.
So che hai i tuoi problemi, fratello, ma sappi che anche loro hanno i propri.
Per superare questa pericolosa deriva, sono urgenti due interventi strutturali e complementari. Che si distacchino nettamente dall’approccio del governo Meloni e precedenti di ambo le parti, finora dediti solo a interventi repressivi nell’immediato o di breve termine sul piano economico. É da un lato, indispensabile una ristrutturazione del modello economico italiano, fermo da trent'anni sul fronte della crescita salariale e incapace di offrire prospettive alle famiglie. Dall'altro, serve una rinnovata pedagogia nazionale, in grado di promuovere un reale senso di appartenenza allo Stato e alle comunità locali, elemento fondamentale per garantire il collante sociale. Se non si interverrà in questa doppia direzione, i saccheggi di Milano non rimarranno un caso isolato. Senza risposte, una parte della popolazione sarà fatalmente spinta verso nuove rivolte, secondo dinamiche di marginalizzazione e violenza urbana molto simili a quelle che, per ragioni storiche differenti, caratterizzano da tempo i riot afroamericani negli Stati Uniti.
