Già durante la sua campagna elettorale per le presidenziali Donald Trump con i suoi modi diretti e poco ortodossi si era scagliato oltre che a favore di alcune politiche, contro altre e contro i soggetti promotori di esse: il suo predecessore Joe Biden, la Cina, l’Unione Europea e altri, tra cui l’attuale presidente della Banca Centrale degli Stati Uniti, la Federal Reserve (in acronimo FED) Jerome Powell.
Un punto cruciale su cui l’attuale presidente statunitense attacca sia la faccia della politica monetaria USA che l’Unione Europea è infatti proprio sulla conduzione della politica monetaria. Secondo Trump la FED dovrebbe tagliare i tassi di interesse come fatto dalla BCE(la Banca Centrale Europea), perchè i tassi alti colpiscono solo l’economia, mentre il problema di un’inflazione alta non esiste più, perchè è scesa dai suoi livelli più alti raggiunti durante i primi periodi della crisi energetica.
Come sempre queste discussioni però sono più complesse delle parole dette sulla superficie. In primo luogo perchè la gestione dell’inflazione nell’attuale contesto politico e geopolitico è molto più complesso rispetto a quanto non lo sarebbe stato per esempio nel periodo dei tassi zero (ovvero nel periodo dopo la crisi dei debiti sovrani ). Oggi le catene di approvvigionamento si stanno riallineando e non sono più nè sicure nè certe nè tanto meno lineari come prima, cosa che incide sui costi di trasporto dei prodotti e quindi sui prezzi finali, l’incertezza geopolitica, specialmente nell’area mediorientale crea una costante insicurezza sui principali collegamenti energetici e logistici, nonostante la diversificazione attuata dai paesi europei ed occidentali. A queste considerazioni và poi aggiunto il
nocciolo del dibattito venutasi a creare tra il presidente USA e il presidente della sua banca centrale, ovvero gli opposti effetti delle azioni che i due rami attuano. Oltre le ragioni politiche e quindi gli obbiettivi di quel tipo che spingono Donald Trunp a premere sulla sua decisione di riallineare la politica commerciale statunitense, basandola su una bilancia commerciale più in equilibrio e su una produzione più nazionale e meno “delegata” al di fuori del Paese a stelle e strisce, sia i risultati prodotti dalle azioni intente a raggiungere tale obbiettivo finale che l’obbiettivo finale in sè possono portare con alta probabilità per più di un motivo ad aumentare l’inflazione (che ricordiamo misura la variazione del livello dei prezzi ) e quindi i prezzi finali a risalire, e – cosa da non sottovalutare – quindi, modificare le aspettative delle persone sulla variazione di quei prezzi, e le aspettative contano.
Questo contrasto è una perfetta manifestazione di quello che si studia quando si trattano i concetti istituzionali inerenti alle banche centrali e il loro rapporto con le istituzioni che invece si occupano di politica economica. Le due figure posseggono obbiettivi diversi, che possono camminare insieme o in direzione opposta.
Ovviamente a livello economico la politica agisce per avere un mercato del lavoro forte, quindi ben funzionante e con una disoccupazione bassa, mentre gli obbiettivi della Banca Centrale sono invece collegati alla gestione dell’inflazione – ai nostri giorni si ha un obbiettivo abbastanza omogeneo a livello internazionale di tenere l’inflazione al 2% – e del mantenimento della stabilità dei prezzi. Nel caso della FED in realtà le due aree di intervento sono entrambe considerate obbiettivi da raggiungere, infatti a differenza della BCE che ha solo il compito di gestire il livello dei prezzi, la FED ha come missione anche raggiungere la massima occupazione nel lungo termine, ma ciò sempre mediante i normali strumenti a sua disposizione di politica monetaria, non mediante riforme al sistema economico che hanno impatti indiretti o “esterni” e in ogni caso la prima missione di una banca centrale resta la gestione del livello dei prezzi e dell’inflazione.
Dunque arriviamo allo scontro tra Powell e Trump. Il secondo ha più volte spinto per far sì che il primo abassassase i tassi di interesse, per far sì che finanziarsi costasse meno. Per contestualizzare: la Banca Centrale gestisce i tassi di interessi con cui le banche posso finanziarsi tra loro e presso la Banca Centrale nel breve e nel lungo termine, abbassando i tassi di interesse per loro anche i tassi per i mutui e le altre operazioni di finanziamento che i consumatori (e in certe condizioni lo Stato ) chiedono alle banche si abbassano.
Il problema sta nel fatto che non basta avere un’inflazione in calo, serve una discesa sicura e costante e di buon ritmo, e fin quando non si presentano segnali di crisi economica, come rallentamento della crescita del PIL o della creazione di nuivi posti di lavoro, aumento della disoccupazione ecc. non ci sono motivi per abbassare i tassi con una velocità e intensità maggiore.
L’economia statunitense invece, tolto qualche punto su cui potersi soffermare, mostra una crescita ancora pressocchè non decrescente, a differenza del caso europeo, che si presenta con una crescita economica stagnante e con una crisi industriale che accelera in seguito alla crisi energetica e dei consumi a lungo termine.
Gli attacchi molto aperti che Trump ha mostrato nei confronti del presidente della Federal Reserve mostrano una grave ingerenza del governo verso la conduzione della politica monetaria, cosa che colpisce gravemente la fiducia verso l’economia e le istituzioni economiche e politiche del Stati Uniti e la loro credibilità, che portano a considerare il governo di Washington poco affidabile e il Paese poco sicuro per investimenti, data la gestione altalenante del sistema economico e del debito – a causa anche delle proposte di politica fiscale.
Ne sono esempio la svalutazione del dollaro e l’aumento dei rendimenti dei titoli di stato USA, entrambi segnali di preoccupazione verso il sistema.
Se la crisi dovesse concludersi con la nascita di un rapporto personale molto forte tra governo e banca centrale con la sostituzione del presidente di quest’ultimo le conseguenze in termini di crollo di fiducia verso l’economia statunitense all’esterno e quindi gli atteggiamenti nei confronti dei titoli del Tesoro statunitensi sarebbero enormi, rischiando anche di dare un duro colpo allo status di riserva di valore posseduta dal dollaro, e tutto ciò avrebbe conseguenze enormi su tutto il sistema economico internazionale.
Il futuro rimane incerto, sapremo col tempo cosa succederà, ma ora forse è più chiaro che quello tra Trump e Powell non è solo un braccio di ferro personale, ma uno scontro istituzionale.

