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Esteri

Palestina: l’accordo del secolo e le sue fragilità

Paolina Palmisciano ·

Non sono poche le volte in cui il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato con fierezza di essere «molto vicino» a mettere fine a un conflitto. Neppure il suo incrollabile seppur ondivago ottimismo l’aveva tuttavia spinto a promettere la «pace eterna» non solo a Gaza, ma in tutto il Medio Oriente. Mentre la prospettiva di vedersi riconosciuto il ruolo di paciere di conflitti irrisolvibili si concretizza e l’agognato premio Nobel per la pace si avvicina, non sorprende che il 29 settembre non fosse un giorno qualunque per Trump, ma «uno dei più grandi giorni della civiltà». 

Il merito di tale gioiosa occasione spetta al suo piano di pace in 20 punti, già accettato dal premier israeliano Benjamin Netanyahu e accolto con favore sia dai Paesi arabi e musulmani che dai leader europei. Il 28 settembre a Doha i rappresentanti di Qatar, Egitto e Turchia hanno presentato il piano ad Hamas che, più simile a una dichiarazione di buone intenzioni che a un programma dettagliato sul futuro di Gaza, sembra aver spaccato in due la leadership dell’organizzazione, con la fazione più moderata pronta ad accettare l’accordo e il braccio armato del movimento guidato da Izz al-Din al Haddad orientato sul rifiuto.

Pur restando fumosa nei dettagli, la proposta statunitense offre alla martoriata popolazione della Striscia ciò che sogna da tempo: una volta accettato l’accordo «la guerra terminerà immediatamente». L’attuazione del piano è subordinata al rilascio da parte di Hamas di tutti e 50 gli ostaggi, di cui solo 20 ritenuti ancora vivi, entro 72 ore. In cambio, Israele rilascerà 250 ergastolani e 1700 gazawi imprigionati in seguito al 7 ottobre. Ai membri di Hamas che si impegneranno a collaborare pacificamente e a consegnare le armi verrà offerta l’amnistia e, se lo vorranno, sarà loro garantito «un passaggio sicuro verso i Paesi disposti ad accoglierli». 

Difficile rifiutare quando sul tavolo dei negoziati mancano alternative. Il piano di Trump si impegna a rendere Gaza «una zona deradicalizzata e libera dal terrorismo» e promette di ricostruire tutta l’area, distrutta nel corso del conflitto, «a beneficio del popolo di Gaza». Di amministrare il territorio si occuperà «un comitato palestinese tecnocratico e apolitico», il cui operato sarà supervisionato dal «Consiglio di pace», presieduto dallo stesso Trump con l’ausilio di altri capi di Stato, tra cui l’ex premier britannico Tony Blair. 

Un quadro ben diverso dallo «Stato moderno e democratico» ventilato dal presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen, nell’intervento tenuto da remoto nel corso dei lavori dell’80esima Assemblea Generale dell’Onu a New York. Per quanto preferibile alla realizzazione della distopica “Gaza Riviera”, il nuovo piano della Casa Bianca non delinea alcun percorso volto alla creazione di uno Stato palestinese indipendente e autonomo e, seppur garantisce che «Israele non occuperà né annetterà Gaza», non fa nessuna menzione della Cisgiordania, il cui destino rimane appeso a una promessa strappata da Trump a Netanyahu.

Dopo giorni di tentennamenti e a seguito di un ultimatum da parte di Trump, che ha fissato la data di scadenza della sua pazienza alla mezzanotte (ora italiana) di domenica 5 ottobre, Hamas ha pronunciato un primo condizionato “sì” al piano del tycoon. La risposta dell’organizzazione, vaga quasi quanto le promesse americane, garantisce la disponibilità «a intraprendere immediatamente le negoziazioni», ma lascia intendere che il movimento continuerà a far parte di qualunque futurospetterà alla Striscia. Nonostante l’entusiasmo con cui Trump ha accolto la risposta di Hamas, per ora il dado è tutt’altro che tratto.