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Economia

L’era del libero scambio non esiste più

Giuseppe Porcaro ·

Da quando alla Casa Bianca a Washington è cambiato l’inquilino con il reinsediamento di Donald Trump da presidente  – ma anche da qualche settimana prima – sui giornali di tutto il mondo , compresi quelli italiani, si è iniziato a raccontare il drastico cambio di rotta degli atteggiamenti statunitensi in politica estera intrapresi dal neo-presidente, e le conseguenze che ne derivano, riprendendo quotidianamente o quasi le nuove e spesso contrastanti dichiarazioni del già noto Tycoon.  Correndo dietro le notizie del momento però, si rischia di perdere la storia di lungo termine, che non è iniziata la mattina del 6 novembre scorso.

Nonostante si possa trovare disaccordo nei metodi di comunicazione e azione,  che comunque rendono ancor più incerto l’equilibrio mondiale, il trend di lungo periodo era già preesistente.

Quando è iniziato?  Approssimativamente dopo i grandi lockdown del covid. Non perchè sia finita l’epoca liberale negli stati che implementavono le chiusure per contenere i contagi, ma per le conseguenze derivanti dalla ripresa degli scambi dopo la commercializzazione dei vaccini.

La riattivazione dei processi di scambio in primis mediante lo sblocco delle merci ordinate prima e durante le chiusure e poi con nuovi ordini derivanti dalla fine stessa delle restrizioni hanno alimentato il sovraccarico commerciale che hanno avuto come  conseguenza la famosa inflazione di cui abbiamo sentito parlare negli ultimi anni, e quindi all’aumento dei tassi di interesse da parte delle banche centrali, ma anche di nuovi dibattiti in tema di politica economica: si è iniziato a parlare di riassestamento delle catene di approvvigionamento, di re-shoring , accorciare le catene di approvvigionamento come modo di contrastare l’aumento dei prezzi nel lungo termine.

Già prima di Donald Trump la linea intrapresa era di tentare di accorciare i percorsi logistici, e con l’invasione totale dell’Ucraina nel febbraio del 2022 si è iniziato a parlare anche di ridiscutere i luoghi da cui far arrivare le forniture energetiche.

Seppur il re-shoring non era propriamente l’obbiettivo d’origine, un grande passo in Europa lo ha avuto il piano di Fondi del recovery-fund che aveva nella sua progettazione l’obbiettivo di permettere quegli investimenti necessari per modernizzare i Paesi europei, investendo anche nei trasporti e produzioni energetiche. Negli USA invece il programma era più mirato, con leggi come l’Inflation Reduction Act e non solo, ma anche con iniziative private da parte delle grandi aziende tecnologiche statunitensi.

Quello che differenzia in modo più marcato gli approcci di Biden e Trump sono i metodi più o meno diplomatici dei due, ed è indubbio che una cosa è ristrutturare una casa con calma, distribuendo il costo in modo programmato, un’altra è abbatterlo e ricostruirla da zero, magari anche cambiando un po’ il progetto iniziale.

Ci sono alcuni punti nel cambiamento del contesto globale che sarebbero stati tali indipendentemente dalla rielezione di Trump, il riallineamento del commercio energetico, la perdita della forza industriale tedesca(almeno nella forma nata come la conoscevamo negli ultimi decenni) , e appunto il riallineamento e magari anche la re-internalizzazione della produzione di alcuni prodotti in alcuni paesi occidentali (ricordiamo che la deindustrializzazione non è presente in egual misura in tutto l’occidente).

Gli sconvolgimenti del perdurare della guerra in Ucraina insieme alle  sue conseguenze geopolitiche prima, dello scoppiò della guerra in medio-oriente poi ( che ha portato anche ad un altro shock energetico) e infine l’atteggiamento più turbolento del nuovo presidente statunitense hanno solo velocizzato un percorso che si era delineato con la ripresa dei ritmi pre-pandemici.

Anche i famosi dazi sono un’altra shock di cui tener conto ed evidenziare , perchè  impattono sulla struttura delle  singole economie  nazionali, per la parte di prodotto nazionale collegato di per sè all’export, ma anche per la porzione dei rapporti economici tra Paesi, e quindi sui settori maggiormente collegati alle esportazioni e le loro filiere . 

E questi effetti anche se riassestati in un certo futuro, rimarranno, anche dopo la presidenza Trump, perchè gli equilibri economici interni ai Paesi ed internazionali saranno cambiati. Le aspettative cambiano, gli agenti sono comunque un minimo razionali.

Se è poi vero che l’Europa si rafforza con le crisi , quest’ultimo sconvolgimento può essere  quindi quello che svegli un senso di gestione dei propri interessi in modo autonomo del vecchio continente, in un modo o l’altro.

Se i tassi di interesse non saranno più zero, se il ruolo ed il peso dell’export cambieranno nelle singole economie (e quindi in tutte le singole economie) , se le fonti e rotte energetiche continuano a cambiare, se l’incertezza ed i costi generali e degli scambi internazionali proseguono sulla scia di un riallineamento , le strutture economiche nazionali cambieranno obbligatoriamente, guidati da ragiono pratiche, e politiche.

L’Era del Libero Scambio è forse finita.