Ogni settimana, da nord a sud, centinaia di famiglie ricevono un avviso di sfratto. Non fanno rumore, non finiscono nei titoli dei telegiornali, ma raccontano una realtà che cresce nell’ombra: quella di un’Italia che non riesce più a permettersi una casa.
Secondo gli ultimi dati del Ministero dell’Interno, nel 2024 sono stati oltre 38 mila gli sfratti eseguiti, con un aumento del 12% rispetto all’anno precedente. La causa principale, ancora una volta, è la morosità incolpevole: famiglie che non riescono più a sostenere affitti cresciuti mentre i redditi restano fermi.
Dietro quei numeri ci sono storie di lavori persi, contratti precari, bollette raddoppiate e stipendi che non bastano. A Napoli come a Milano, a Torino come a Palermo, la crisi abitativa è tornata a essere una questione sociale.
Le richieste di alloggi popolari aumentano, ma i bandi restano bloccati da burocrazia e fondi insufficienti. E così, sempre più persone finiscono a vivere in sistemazioni temporanee, spesso senza alcuna rete di protezione.
Molti Comuni, soprattutto nei grandi centri urbani, tentano di mediare tra proprietari e inquilini, con contributi per la morosità e piani di rientro. Ma gli strumenti a disposizione sono pochi e frammentati.
La “morosità incolpevole”, introdotta nel 2013 come categoria giuridica, doveva tutelare chi perde il reddito per cause indipendenti dalla propria volontà. Oggi però le richieste superano di gran lunga le disponibilità. I fondi si esauriscono in poche settimane, e per chi resta fuori, l’unica prospettiva è la strada.
Il fenomeno ha assunto proporzioni preoccupanti anche tra i giovani. Molti lavoratori sotto i 35 anni, impiegati con contratti instabili, non riescono a trovare soluzioni abitative sostenibili e rinunciano all’autonomia.
Nel frattempo, i canoni di locazione nelle grandi città continuano a salire, spinti anche dal boom degli affitti brevi turistici e dalla mancanza di politiche abitative di lungo periodo.
Sul piano umano, le storie sono simili. Una pensionata di 78 anni costretta a lasciare l’appartamento in cui viveva da vent’anni; una madre single con due figli che dorme in auto in attesa di un alloggio comunale; un giovane cameriere che, perso il lavoro stagionale, riceve lo sfratto e torna dai genitori. Sono vicende diverse, ma con un comune denominatore: la fragilità abitativa come nuova forma di povertà.
Le associazioni, come Unione Inquilini e Sunia, chiedono un piano straordinario per la casa: rigenerare il patrimonio pubblico, riconvertire gli immobili sfitti, rafforzare i fondi sociali.
Non si tratta solo di solidarietà, ma di cohesione sociale: un Paese dove migliaia di persone perdono la casa ogni anno non è un Paese stabile.
La casa è il primo luogo di dignità, la base da cui tutto parte — lavoro, famiglia, salute, relazioni. Per questo, quando una porta si chiude e uno sfratto viene eseguito, non è solo una vicenda privata: è una ferita collettiva.
E l’Italia, oggi, sembra averne sempre di più.

