Italia e Mediterraneo: il futuro passa dal mare

Negli ultimi anni l’Italia ha dimostrato una notevole capacità di resistenza di fronte a catastrofi naturali, pandemie e guerre. Ma resistere non basta più: servono riforme strutturali. Giustizia, lavoro, infrastrutture, energia: nodi che da troppo tempo rallentano il Paese e che rischiano di diventare un ostacolo insormontabile proprio mentre il Mediterraneo torna al centro della scena globale.
Il nostro mare – il Mare Nostrum – è di nuovo l’arena in cui si giocano partite decisive. Eppure, noi italiani sembriamo aver dimenticato la nostra vocazione marittima. Nonostante la posizione geografica ci renda naturalmente una potenza mediterranea, ci limitiamo troppo spesso a un ruolo marginale, quasi difensivo. La storia ci insegna che chi controlla i mari detiene il potere. Roma imperiale lo aveva capito, come secoli dopo lo capirono gli spagnoli, i britannici e, in epoca recente, gli americani.
Negli anni della Prima Repubblica l’Italia riusciva ad avere una voce forte: basti pensare a Craxi e Andreotti, capaci di dialogare con il mondo arabo e di garantire un ruolo centrale al nostro Paese. Oggi non è più così. La crisi libica ne è l’esempio: dopo la caduta di Gheddafi abbiamo perso quasi tutta l’influenza costruita negli anni, lasciando spazio a Russia, Turchia, Emirati e Francia.
La Turchia, in particolare, è diventata un attore decisivo: il governo di Tripoli esiste grazie al sostegno concreto, militare ed economico, di Ankara, che nel frattempo ha trasformato la propria marina in una delle più potenti della regione. Non solo: il presidente Erdoğan sta riallacciando legami sempre più stretti con l’Albania e proietta la sua influenza anche nei Balcani.
Sul fronte opposto, la Cina ha puntato sui nostri porti adriatici come terminali della sua Nuova Via della Seta, mentre gli Stati Uniti hanno rilanciato con un corridoio commerciale che dall’India dovrebbe arrivare fino alla Grecia, passando per il Medio Oriente. In mezzo, l’Italia rischia di restare schiacciata, senza una visione chiara.
Ecco perché il Piano Mattei, lanciato dal governo Meloni, assume un valore strategico. L’obiettivo è riportare il nostro Paese al centro del Mediterraneo, costruendo un partenariato strutturato con i Paesi africani. Non si parla solo di energia – anche se gas e approvvigionamenti restano cruciali – ma anche di cooperazione economica, infrastrutture e gestione dei flussi migratori. Dopo la riduzione della dipendenza dal gas russo, Roma ha puntato molto su Algeria, Egitto e Libia, ma senza un progetto di lungo periodo rischiamo di restare in balia delle mosse altrui.
Gli strumenti non mancano. L’Italia è la seconda marina militare del Mediterraneo e la Sicilia rappresenta di fatto la porta d’ingresso in Europa. Ma oggi ci limitiamo quasi solo a funzioni di controllo delle frontiere, dimenticando il potenziale geopolitico di questa posizione.
Il mondo corre veloce: dal conflitto in Ucraina alla crisi del Sahel, fino al riaccendersi in maniera feroce da due anni a questa parte della questione israelo-palestinese. In questo scenario, restare alla finestra non è più un’opzione.
Il Mediterraneo è la chiave del nostro futuro: se sapremo cogliere questa occasione, con il Piano Mattei e con una strategia chiara, l’Italia potrà tornare protagonista. Altrimenti resteremo un semplice avamposto dell’Europa.
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