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Politica

Oggi serve un partito nuovo al posto del PD

Francesco Miragliuolo ·

Sono trascorsi due anni e mezzo dall’elezione di Elly Schlein a segretaria del Partito Democratico, un periodo segnato da promesse mancate, rivoluzioni mai iniziate e da un partito diviso, privo di una chiara linea politica, se non per alcune parole d’ordine sparse e scollegate. L’unico risultato, pur rilevante, è stato quello di aver mantenuto unita la coalizione, nonostante l’assenza di una visione di mondo realmente definita. 

Adesso, dopo dieci segretari, linee politiche altalenanti e due carte dei valori diametralmente opposte, forse è giunto il momento di iniziare a riflettere sulla necessità di costruire una nuova forza politica, non alternativa al Partito Democratico, ma in sostituzione del Partito Democratico stesso.

IL PARTITO MAI NATO
Il prossimo 14 ottobre il Partito Democratico compirà 18 anni, diventando formalmente maggiorenne. Eppure, si potrebbe definirlo come un partito mai realmente nato. Nato con l’ambizione di raccogliere l’eredità delle due grandi culture politiche del Novecento italiano — quella del Partito Comunista e quella della Democrazia Cristiana — si è rivelato, nei fatti, un corpo informe, un oggetto politico non identificato, spesso ripiegato su se stesso in logiche di potere interne. Un partito di impronta ordoliberale, affetto da una cronica sindrome da people pleasing: un bisogno compulsivo di piacere a tutti, che lo ha portato, nel tempo, a sperimentare ogni possibile combinazione identitaria — dal segretario post-comunista al liberal-democristiano, fino alla più recente declinazione sinistrorsa con l’armocromista.

Ha ragione Luciano Canfora a definire quella attuale una semi-sinistra, aggrappata al dogma del mercato come fosse un orizzonte inevitabile. Il Partito Democratico, in particolare, ne è l’espressione più evidente: un partito che da anni fatica a prendere posizione su qualunque tema strategico, preferendo l’ambiguità all’assunzione di responsabilità. Lo si vede con chiarezza sul terreno della pace, dove il PD ha scelto sistematicamente l’astensione, rinunciando a proporre una linea autonoma, coerente, riconoscibile.

Il pacifismo, nel suo vocabolario, non è più un progetto politico, ma una parola da pronunciare con cautela, per non disturbare equilibri più grandi. E così, invece di rivendicare il dialogo multilaterale, la cooperazione internazionale, il ripudio della guerra come strumento di imposizione dei modelli democratici, si preferisce lasciar parlare qualche esponente di partito, come Pina Picierno, che liquida il pacifismo come un retaggio ideologico, una bandiera sbiadita buona solo per i nostalgici.

Ma la democrazia non è un prodotto da esportare né un pacco Amazon da consegnare con puntualità a chi riteniamo “pronto”. E il PD, se vuole avere un futuro, dovrà decidersi: o riscopre il coraggio di dire qualcosa di diverso, o resterà prigioniero di un’identità smarrita, sempre più ininfluente nel dibattito pubblico.

Già nel 2007, del resto, il Partito Democratico era nato vecchio, avendo affondato le proprie radici culturali nel blairismo britannico e nel Partito Democratico statunitense di Bill Clinton. Visioni politiche segnate da un ottimismo di stampo capitalistico, che sarebbe stato travolto prima dalla crisi finanziaria del 2008 e poi, anni dopo, dalla pandemia da Covid-19.

I RECENTI SVILUPPI: SCANDALI, DIFFICOLTÀ E AMBIZIONI
La funzione dei partiti, così come immaginata da Lelio Basso e dagli altri padri costituenti, sembra essersi ormai dissolta. I partiti appaiono oggi incapaci non solo di determinare l’indirizzo politico nazionale, ma anche di garantire processi autenticamente democratici nella selezione della classe dirigente. Questo vale tanto per la destra quanto per la sinistra.

A destra, Fratelli d’Italia è saldamente nelle mani di un cerchio ristretto, guidato da figure molto vicine — anche sul piano familiare — alla Presidente del Consiglio: sua sorella, in particolare, ha un ruolo di primo piano. A sinistra, soprattutto nei territori, la politica si tramanda come un’eredità dinastica: se tuo padre, tua moglie o tuo marito fanno politica, anche tu sarai considerato, per diritto naturale, all’altezza del compito. Il caso di Vincenzo De Luca e di suo figlio Piero è emblematico di questo sistema. Un sistema che, inizialmente, Elly Schlein sembrava voler combattere, ma che oggi rappresenta una delle poche ancore di salvezza per una segreteria mai davvero stabile.

Non fa eccezione Dario Franceschini, già segretario del PD, che è riuscito a far eleggere la propria moglie in Parlamento. Lo stesso discorso vale per Sinistra Italiana, un partito che rischia di celebrare il prossimo congresso direttamente dal notaio, poiché, a quanto pare, anche i partiti possono finire in comunione dei beni.

Insomma, i processi di selezione della classe dirigente, oggi, sembrano rispondere più a logiche ereditarie o relazionali che a percorsi di militanza, competenza e rappresentanza democratica.

Ormai i partiti sono incapaci di esercitare un ruolo politicamente autonomo, completamente assuefatti alla logica dell’amministrazione. Lo dimostra il caso di Milano, dove si cerca di presentare come modello un evidente processo di speculazione edilizia condotto a danno degli abitanti. Una sinistra seria, invece di difendere l’indifendibile, dovrebbe interrogarsi se questo sistema — al di là delle questioni strettamente giuridiche — sia compatibile con un modello di sviluppo urbano che metta al centro la giustizia sociale.

Lo stesso discorso vale per Napoli, dove il sindaco Gaetano Manfredi ha patteggiato davanti alla Corte dei Conti una condanna per danno erariale: da una richiesta iniziale di circa 763 000 €, la cifra si è ridotta a 210 000 € mediante il rito abbreviato, risarcita all’Università Federico II per incarichi professionali svolti negli anni passati, ritenuti incompatibili o non autorizzati.

In una città dove le decisioni importanti sembrano avvenire al di sopra delle teste dei cittadini, i partiti non si limitano a tacere, ma addirittura applaudono, mostrando la propria irrilevanza politica. 

Alla fine, non si tratta di singole scelte sbagliate, ma di una direzione precisa. Anche l’episodio dell’armocromista non fu un banale scivolone mediatico, come si è voluto far credere, ma il segnale chiaro di un progetto politico che, anziché parlare ai ceti popolari, preferisce rassicurare un mondo borghese, benestante, radical chic. Un mondo che si riconosce più nell’estetica che nella giustizia sociale, più nel linguaggio inclusivo che nella redistribuzione.

Ecco perché la sinistra oggi appare svuotata: perché ha smesso di interrogarsi su chi rappresenta e perché. E finché continuerà a rincorrere il consenso dei salotti invece che ascoltare le periferie, resterà prigioniera della sua irrilevanza.

IL PARTITO NUOVO 
Allora sì, oggi è giusto — e forse necessario — interrogarsi sulla possibilità di un nuovo soggetto politico, non semplicemente alternativo al Partito Democratico, ma capace di prenderne il posto. Un soggetto che non nasca per sommare debolezze, ma per esprimere una sintesi forte e coerente tra visione sociale, etica pubblica e progetto di governo.

Un partito che sappia costruire un punto di equilibrio autentico, capace di tradursi in una visione politica riconoscibile e non adattiva, che unisca un modello di sviluppo realmente inclusivo a una politica estera ispirata alla pace, alla cooperazione multilaterale e al rispetto della sovranità dei popoli. In un tempo in cui i partiti esistenti sembrano aver smarrito il legame con i bisogni profondi della società, c’è spazio — e soprattutto urgenza — per una nuova forza politica di sinistra: socialista, democratica, riformista nel senso più alto e nobile del termine, come nella tradizione della Repubblica di Weimar.

Un progetto che trovi radici e ispirazione nel pensiero di economisti come Federico Caffè, con la sua attenzione ai costi umani dell’economia, e di Thomas Piketty, che ha restituito centralità al tema della disuguaglianza come nodo cruciale della giustizia sociale. Ma anche un progetto capace di accogliere il contributo del cattolicesimo democratico — non quello cerimoniale o opportunista, ma quello profondo, esigente, incarnato nella figura di Papa Francesco e nell’esempio scomodo, ma necessario, di Don Lorenzo Milani, che ha testimoniato con radicalità evangelica la lotta per l’inclusione e per l’emancipazione degli ultimi.

Un partito che non sia radicale in senso minoritario o extraparlamentare, ma che recuperi il senso nobile della radicalità politica: quella che non rinuncia a trasformare la realtà. Un soggetto nuovo che coniughi la funzione storica del partito novecentesco — comunità di senso e luogo di formazione politica — con gli strumenti e i linguaggi della contemporaneità. Un partito in cui la militanza conti davvero, in cui il segretario venga scelto non per immagine o narrazione personale, ma per la solidità del pensiero e la fiducia costruita nel confronto con la base.

Un partito che non sbandieri l’antifascismo come semplice parola d’ordine, ma gli dia sostanza e concretezza, attraverso una nuova visione del mondo fondata sulla giustizia sociale, sull’uguaglianza delle opportunità, sul rispetto per la dignità umana e sulla difesa attiva dei principi costituzionali.

Non è utopia: è necessità. Perché senza un soggetto nuovo, capace di parlare a chi oggi si sente escluso, tradito o semplicemente disilluso, la sinistra continuerà a smarrirsi. E con essa, l’idea stessa di una democrazia che abbia ancora qualcosa da dire sul futuro.