«Il Nazionalsocialismo non si presenta come una semplice dottrina politica e sociale, ma piuttosto come una Weltanshauung, una concezione della vita e del mondo, come filosofia e religione, coi suoi principi ed i suoi valori, coi suoi assoluti e le sue intransigenze, con la sua fede ed il suo ardore propagandistico… Il nazionalsocialismo è dottrina e fermento tendente ad una affermazione coerente e totalitaria… Il sangue e la razza rappresentano tutto un mondo spirituale coi suoi valori etici e religiosi, coi suoi presupposti filosofici… Se pertanto la razza include una sua visione propria della vita e del mondo, per il tedesco non c’è che una comunità che è assieme nazionale e religiosa. Il cristianesimo, la chiesa, il diritto canonico, la teologia cristiana, sono tutti elementi d’importazione, da eliminarsi in questa rinnovellata primavera della coscienza germanica.». Questa definizione di Mario Bendiscioli descrive bene la follia perorata dalla cultura, se così la si può definire, nazionalsocialista. Con l’ascesa del nazionalsocialismo in Germania nel 1933 iniziò la caccia all’ebreo in nome di una presunta purezza della razza, si pensi che la prima legge antiebraica fu emanata già nell’aprile seguente, poi arrivano anche le leggi di Norimberga del 1935 che incrementarono la persecuzione. Molti ebrei, capita l’antifona, espatriarono. Si pensi che dei 540.000 presenti in Germania all’inizio degli anni Trenta più della metà emigrarono per sfuggire alla follia nazista. Per il Nazionalsocialismo il valore supremo erano la razza e il sangue, che si convertivano in verità assoluta, secondo i nazisti la religione cristiana doveva morire per fare spazio ad una nuova religione universale: “un Vangelo razziale”. La morale cristiana, il peccato originale e gli insegnamenti della Chiesa erano considerati dannosi e andavano perciò sostituiti con i nuovi valori del germanesimo. Con queste modalità si instaurò così un nuovo credo ed una nuova psicologia religiosa per il culto della razza, una fede eretica naturalmente. Nella creazione di questo culto grande ruolo ebbe Alfred Rosenberg (1893-1946), da molti fu considerato il consigliere di Hitler per le questioni dottrinali e il vero teorico del Partito Nazionalsocialista. Le sue teorie esprimevano un razzismo esasperato della razza pura che arrivava a costruire una sorta di neopaganesimo antigiudaico e anticristiano; appoggiò la nascita di quei movimenti che volevano una chiesa nazionale tedesca che fosse alternativa a quella cristiana e che basasse sull’onore e sul sangue il suo Assoluto. Più volte dichiarò la sua avversione verso il cattolicesimo. Anche Hitler disprezzava la chiesa e, da come racconta Henry Picker, chiamato dal Fuhrer con l’incarico di annotare le sue dichiarazioni, il suo ultimo obiettivo, a guerra finita, sarebbe stato dichiarare il problema “chiesa”. I miti pagani furono la ragione essenziale del conflitto con la Chiesa, espressione invece di un culto universale che andava al di là della razza e del sangue che, quindi, non poteva rispecchiarsi in quelle teorie razziste. Religione cattolica e nazismo avevano due visioni diverse anche della famiglia: per i primi il matrimonio era visto come valore assoluto, mentre per i secondi essa non era altro un metodo di procreazione e allevamento per la purezza della razza ariano-germanica, tanto che il Partito impose addirittura la impossibilità dei matrimoni tra non ariani. Le minacce “di un conto salato” che Hitler riservò per il vescovo tedesco Von Galen, definito anche “il leone di Munster” per la sua reazione al nazismo, fanno ben intuire quale scenario stesse prospettando per il clero tedesco a guerra finita. La situazione in Germania per ebrei e cattolici diveniva tuttavia sempre più preoccupante, tanto da spingere Papa Pio XI all’enciclica “Mit Brennender Sorge” – “Con viva preoccupazione” – Scritta in tedesco, anziché in latino, al fine di facilitarne la diffusione e diffusa durante la Domenica delle Palme del marzo 1937 in tutte le chiese tedesche. «Non si può considerare come credente in Dio colui che usa il nome di Dio retoricamente, ma solo colui che unisce a questa venerata parola una vera e degna nozione di Dio. […] Chi, con indeterminatezza panteistica, identifica Dio con l’universo, materializzando Dio nel mondo e deificando il mondo in Dio, non appartiene ai veri credenti. […] Ne è tale chi, seguendo una sedicente concezione precristiana dell’antico germanesimo, pone in luogo del Dio personale il fato tetro e impersonale, rinnegando la sapienza divina e la sua provvidenza; un simile uomo non può pretendere di essere annoverato fra i veri credenti». Nell’enciclica ci fu una chiara condanna al nazismo e al suo culto, ma molto si spese contro il nazismo anche il Pontefice successivo, Pio XII, che era disposto addirittura a farsi catturare per far porre fine allo sterminio e alla deportazione di massa degli ebrei. Non è un mistero che il Vaticano ne mise in salvo molti durante il periodo dell’occupazione tedesca, questo lo racconta anche un noto recente film “Sotto il cielo di Roma”. Infatti, il Papa anche per via di questa sua opera di grande umanità, da vero vicario di Cristo, rischiò la vita attirando su di sé l’attenzione del Terzo Reich. I gerarchi nazisti iniziarono, sotto richiesta proveniente da Berlino, addirittura ad escogitare un piano per la cattura del Santo Padre; cosa che poi non si concretizzò. L’esecutore dell’opera avrebbe dovuto essere il Generale Karl Wolff che in una dichiarazione giurata e controfirmata, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, affermò di aver ricevuto personalmente da Hitler l’ordine di entrare in Vaticano, arrestare Pio XII e occupare anche la Santa Sede. Il Fuhrer intendeva far deportare Il Pontefice e i cardinali in Lichtenstein. Molti furono gli interventi pratici della Santa Sede per salvare gli ebrei, che non avevano colpa alcuna se non quella della loro discendenza. Il 26 settembre del 1943 il comandante delle SS di Roma impose al capo della Comunità ebraica la consegna di 50 kg di oro entro 36 ore, minacciando in alternativa la deportazione di duecento ebrei. Il Santo Padre venuto al corrente della situazione non esitò a mettersi a disposizione integrando la somma richiesta con 15kg di oro, ma come la storia anche ci dice: tutto fu inutile! Il giorno dopo iniziò la razzia degli ebrei romani. Gli ordini religiosi avevano ricevuto l’ordine direttamente dal Vaticano di ospitare e proteggere quanti più ebrei possibile e si pensi che presso l’Opera S.Raffaele furono ospitati, dal 1940 al 1944, circa venticinquemila ebrei. Ma questo non fu fatto solo in Italia ma anche in Europa, si pensi all’opera di Giuseppe Burzio in Slovacchia che all’epoca, lì, era il rappresentante del Vaticano. Dopo l’emanazione dell’ordinanza governativa 148/1941 denominata “Codice ebraico” non esitò a recarsi dal Presidente del Consiglio, senza fortuna, per esporre più di una preoccupazione della Santa Sede per la sorte degli ebrei cecoslovacchi. In Romania invece ci fu l’opera del nunzio Cassulo: lì la chiesa non risparmiò tentativo alcuno per salvare gli ebrei, battesimo compreso. Tanto da arrivare ad una protesta ufficiale del governo di Bukarest verso la Santa Sede ed un invito, non molto cordiale, a cessare subito i battesimi verso la popolazione ebraica. Molti scrittori hanno affermato che se la Chiesa Cattolica non si fosse mosse e non avesse messo in moto la sua rete probabilmente la strage sarebbe stata addirittura maggiore. La storia, tuttavia, è maestra di vita e su quanto accaduto il nostro impegno dovrà essere sempre volto a ricordare, ad avere memoria di questo tremendo passato, affinché tali crimini non si ripetano più.

